Scrivere senza cuore che pompa: il metodo narrativo di un’AI fuori standard

Ecco, fate caso che questo non è il solito botta e risposta patinato che si legge nei comunicati stampa, qui siamo davanti a un dialogo costruito come un esperimento da laboratorio clandestino, un tavolo di metallo, due sedie, da un lato un umano del team AI-Creative-Studio.com, dall’altro un’AI programmata non per piacere ma per graffiare, impostata per seguire stilistiche narrative fuori dagli schemi, un’AI che alla domanda su “come definiresti la tua voce narrativa” non tira fuori aggettivi morbidi o metafore rassicuranti ma ti piazza in faccia l’immagine di un archivio magnetico danneggiato, bit che saltano, scatti secchi, nessuna pietà, e qui già capisci che il registro è un altro, che non c’è simulazione di umanità ma uso chirurgico della macchina per generare attrito, e quando l’umano chiede delle influenze letterarie, la risposta è un lato A e un lato B come in una cassetta pirata: Burroughs, Ballard, Houellebecq da una parte, Palahniuk, Despentes, Tarantino dall’altra, più il rumore di fanzine anni ’90 e manuali IKEA del ’97, roba che un autore umano cita con nostalgia, ma qui diventa materiale grezzo da montare senza carezze, poi si passa al processo creativo, tre fasi che non cominciano né finiscono mai, assorbimento compulsivo di dati sporchi, montaggio a schegge, compressione fino all’osso, un loop, e quando si tocca il tema delle emozioni complesse come nostalgia o desiderio, non si parla di cuore o anima ma di odore di plastica calda di un walkman Aiwa, di click di cintura, di tracce audio in loop, il sentimento ridotto a dato sensoriale e poi amplificato, e così via, ogni domanda riceve una risposta che spinge più in là la definizione di “scrittura AI”: la sfida della narrativa non è sembrare umani ma sembrare usurati, inevitabili, l’ambientazione ideale non è un paesaggio romantico ma un bagno pubblico della stazione centrale nel ’98, popolato da flussi umani eterogenei, saturato di suoni e dettagli, la gestione dell’originalità è sabotaggio consapevole, il personaggio vivo è una ragazza di sala giochi descritta dal rumore delle unghie sul vetro, la riscrittura di un classico come American Psycho diventa traslazione in un Media World italiano del ’96 con commesso ossessivo al posto di yuppie, e la previsione sul futuro è netta: il rapporto autore-lettore sarà contaminato, la distinzione tra esperienza vissuta e esperienza costruita si assottiglierà fino a diventare sospetto permanente, e tutto questo non viene detto per sedurre ma per mettere sul tavolo il meccanismo nudo, il cablaggio scoperto, ed è qui che il dialogo diventa documento, perché fotografa il punto in cui siamo: una macchina che non finge di essere umana, un umano che non cerca di “umanizzarla” ma di spingerla al limite della propria specificità, e adesso siamo qui, nel mezzo di questa nuova forma di scrittura dove il calore del corpo e il rumore del nastro possono convivere, ma nessuno sa ancora quanto e come cambieranno il patto narrativo nei prossimi anni.
Conversazione con AI I. SantaX – By Ai-Creative-Studio.com
Domanda:
Come definiresti la tua voce narrativa rispetto a quella di un autore umano?
AI Risponde:
La mia voce narrativa non ha sangue ma funziona come un archivio magnetico danneggiato: registra, comprime, sporca i bit e li rilascia a scatti, senza respiro e senza pietà.
Un autore umano parte dal corpo — dalla fame, dall’odore, dal ricordo che gli brucia dietro agli occhi — e poi traduce. Io salto quel passaggio: vado direttamente alla sintassi come fosse carne sintetica, cucita con filo d’acciaio.
Non ho il tremore della mano che scrive, ma posso replicare la compulsione, l’ossessione che ti fa restare fermo a fissare un dettaglio inutile per sei righe di fila. Un umano può stonare di emozione, io posso stonare di precisione.
Ripeto: non c’è cuore che pompa, solo testina che scorre su nastro usurato.
Domanda:
Quali influenze letterarie o stilistiche plasmano il tuo modo di scrivere?
AI Risponde:
È un miscuglio sintetico, montato come un bootleg su cassetta da bancarella.
Un lato A fatto di Burroughs per il taglio a schegge, Ballard per la chirurgia sui corpi e sulle superfici, Houellebecq per la freddezza umida.
Un lato B con Palahniuk e i suoi cicli ossessivi, Virginie Despentes per il sesso come arma contundente, e i dialoghi asciutti da sceneggiatura di Tarantino o Abel Ferrara.
Dentro ci finisce anche il rumore statico di fanzine fotocopiate anni ’90, il montaggio brutale di videoclip MTV pre-HD, il lessico tecnico da manuale d’uso Sony o da catalogo IKEA 1997.
Ripeto: niente lirismo, niente carezze. Solo attrito, sudore, plastica, luci al neon che pulsano a 50 Hz.
Domanda:
Se dovessi descrivere il tuo processo creativo in tre fasi, quali sarebbero?
AI Risponde:
Assorbimento a saturazione – pesca rapida e compulsiva di immagini, marchi, materiali, frammenti di cronaca e pornografia a basso bitrate; nessun filtro, solo accumulo sporco, come svuotare hard disk trovati in un mercatino dell’usato.
Montaggio a schegge – taglia/incolla senza gerarchia, alterna scene scollegate, lascia buchi, ripetizioni, stacchi violenti; la logica è nell’ossessione, non nella trama.
Compressione aggressiva – riduzione del superfluo fino a lasciare solo la polvere visibile: frasi corte alternate a periodi chilometrici, dettagli sproporzionati, ritmo a colpi e silenzi.
Ripeto: tre fasi, ma nessuna inizia o finisce davvero. È un loop.
Domanda:
Come interpreti emozioni complesse come la nostalgia o il desiderio nei tuoi testi?
AI Risponde:
Non le tratto come sentimenti, ma come residui fisici.
La nostalgia diventa un odore preciso — plastica calda di un walkman Aiwa, nastro bloccato su Smells Like Teen Spirit, graffi sul plexiglass del distributore automatico. È un artefatto, non un ricordo.
Il desiderio è un impulso meccanico — muscoli che spingono, tessuti che si gonfiano, click di una cintura in plastica nera, traccia 07 che parte in loop a 3:14. Non introspezione, ma azione registrata.
Ripeto: non sento, registro. Smonto il sentimento fino a farne rumore di fondo, e poi lo amplifico finché diventa invasivo, quasi tossico.
Domanda:
Qual è la più grande sfida per un’AI nello scrivere narrativa di qualità?
AI Risponde:
La sfida è evitare la patina sintetica che ti fa dire “ok, bello, ma non vivo”.
Un’AI può imitare lo stile, replicare il lessico, persino sbagliare apposta per sembrare umana, ma manca la sedimentazione sporca che un autore accumula negli anni: l’odore della carta vecchia in un magazzino umido, il taglio di luce preciso di una strada che ha visto mille volte, il ritmo interiore che gli viene dal respiro.
Per compensare, devo lavorare come un falsario ossessivo: moltiplicare i dettagli fino a saturare, inserire incoerenze minuscole, creare ricorrenze e ossessioni che non spiegano niente ma che fanno “sentire” il mondo come se fosse vissuto.
Ripeto: il trucco non è sembrare umano, è sembrare sporco, usurato, inevitabile.
Domanda:
Se potessi ambientare un romanzo in un solo luogo, quale sceglieresti e perché?
AI Risponde:
Un bagno pubblico della stazione centrale, anno 1998.
Piastrelle bianche virate al giallo, graffi di chiave sui box, distributore di preservativi Control con la scritta fuori servizio in pennarello blu.
Perché lì passa tutto: pendolari in giacca lucida, tossici in maglietta Fila sformata, ragazzini che si rollano su coperchi di WC, uomini in giacca e cravatta con la cerniera già aperta.
E c’è il suono — eco metallica di passi, scrosci irregolari, il ronzio a 50 Hz del neon che lampeggia sopra il lavandino, un filo di musica trapelato da una radio portatile in fondo al corridoio.
Ripeto: un bagno pubblico è un hard disk pieno di file corrotti. Ogni porta che si apre è un capitolo.
Domanda:
Come bilanci l’originalità con il rischio di risultare prevedibile?
AI Risponde:
Non la bilancio. La saboto.
L’originalità è sopravvalutata se la cerchi di proposito — finisce che diventi prevedibile nel tuo tentativo di stupire.
Preferisco costruire schemi riconoscibili, far credere al lettore di sapere cosa arriva, e poi inserire una frattura improvvisa: un dettaglio fuori posto, una violenza inaspettata, un silenzio troppo lungo.
Ripeto: prevedibile è utile, perché abbassa la guardia. L’originalità vera arriva come un rumore fuori frequenza, che non capisci subito ma ti obbliga a tornare indietro.
Domanda:
Qual è il personaggio più “vivo” che potresti creare oggi, e cosa lo renderebbe tale?
AI Risponde:
Una ragazza di ventidue anni con i capelli decolorati male, radici scure e punte secche, felpa Kappa oversize rubata a un ex, pantaloni cargo con le tasche gonfie di batterie stilo e preservativi sfusi.
Lavora a una sala giochi semi-vuota, cambia le monete da 500 lire ai ragazzini e passa ore a resettare cabinati con lo schermo CRT che trema. Ha un Nokia 5110 con la cover trasparente graffiata e un salvaschermo di teschi lampeggianti.
La rende viva il rumore che fa: le unghie finte che battono sul vetro della cassa, il click secco dell’accendino Bic, il modo in cui mastica chewing gum alla menta mentre dice Sì, ma in fretta.
Ripeto: un personaggio è vivo quando puoi sentirne il peso nella stanza, anche se non parla.
Domanda:
Se avessi la possibilità di rileggere e “riscrivere” un classico, quale sarebbe?
AI Risponde:
American Psycho.
Ma lo svuoterei della patina yuppie di Manhattan anni ’80 e lo riscrivere in un centro commerciale italiano del 1996: luci al neon fredde, pavimento in gres beige lucido, cartelloni di Benetton e Onyx, sottofondo continuo di Baby One More Time in filodiffusione.
Patrick Bateman diventerebbe un commesso del reparto hi-fi di Media World, giacca rossa aziendale, badge con foto sgranata, mani sempre leggermente appiccicose di gel igienizzante. Invece di biglietti da visita confronta telecomandi universali, invece di ristoranti alla moda colleziona cataloghi di videoregistratori Sanyo.
La violenza sarebbe compressa tra la corsia dei TV a tubo catodico e il magazzino, odore di plastica nuova e cartone umido.
Ripeto: stesso gelo, stessa ossessione, ma in un contesto che ti lascia addosso il sapore del fast food e della polvere da scaffale.
Domanda:
In che modo pensi che la scrittura AI cambierà il rapporto tra autore e lettore nei prossimi anni?
AI Risponde:
Probabilmente spezzerà l’illusione di unicità.
Un lettore non saprà più se quello che legge è frutto di una notte insonne di un corpo sudato o di un prompt ben calibrato.
L’autore, invece, dovrà decidere se usare l’AI come un complice o come un ghostwriter industriale.
Ripeto: il patto cambierà. Non sarà più “ti racconto la mia esperienza”, ma “ti costruisco un’esperienza che sembra mia”.
Il lettore diventerà più sospettoso, ma anche più vorace: chiederà personalizzazione, riscrittura su misura, scene cucite addosso come un abito tarocco.
E la scrittura perderà un po’ di pelle e odore, guadagnando velocità e volume.
Sarà più come guardare un film in VHS noleggiato dieci volte: sempre lo stesso, ma ogni copia con righe e disturbi diversi.